Mondiali 2026: le nuove regole FIFA e IFAB che cambiano il calcio

Il 12 marzo 2025, al Metropolitano, Julián Álvarez ha segnato un rigore che poi non è mai esistito. Si calciava ai tiri di rigore tra Atlético e Real Madrid, ottavi di Champions e nel momento del tiro l’argentino è scivolato. Il piede d’appoggio ha sfiorato il pallone un istante prima della conclusione. La palla è entrata comunque, Courtois battuto, shootout di nuovo in parità. Poi il VAR ha richiamato l’arbitro Szymon Marciniak, il gol è stato annullato per doppio tocco e da lì l’Atlético è uscito dal torneo. La regola era stata applicata alla lettera. Eppure, guardando, in pochi hanno pensato che fosse giusto.

Da quella sera è partita una catena che arriva fino a oggi. L’IFAB, l’organismo che scrive le Regole del Gioco insieme alla FIFA, ha riconosciuto che la norma era formulata male e l’ha corretta. E quel ritocco è soltanto uno dei tanti che il Mondiale 2026 porterà sul campo a partire da oggi. Perché il torneo che si gioca tra Stati Uniti, Canada e Messico non è solo il primo a 48 squadre. È il primo grande palcoscenico su cui FIFA e IFAB collaudano la riforma più estesa degli ultimi anni. Il capo degli arbitri FIFA, Pierluigi Collina, l’ha sintetizzata con un proposito semplice: ripulire il gioco il più possibile.

La guerra al tempo perso

Il filo che tiene insieme quasi tutte le novità è uno solo ed è il tempo. Più precisamente, il tempo sprecato. Per anni la lentezza calcolata è stata una tattica come un’altra, tollerata perché difficile da punire. Ora gli arbitri ricevono strumenti per intervenire.

Il più visibile riguarda le rimesse e i rinvii dal fondo. Quando una squadra perde tempo, l’arbitro potrà avviare un conto alla rovescia di cinque secondi mostrato con la mano. Se la rimessa laterale non parte in tempo, passa agli avversari. Se è il rinvio a tardare, agli avversari va un calcio d’angolo. La logica è la stessa del limite di otto secondi introdotto di recente per il portiere che trattiene il pallone, anch’esso punito con un corner. Non si tratta di sanzioni automatiche, ma di un deterrente: nessuno si aspetta angoli concessi per due secondi di troppo in buona fede, però la sola esistenza della norma dovrebbe scoraggiare l’abitudine.

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Cambia anche il rituale delle sostituzioni. Il giocatore richiamato in panchina avrà dieci secondi per lasciare il campo dal punto più vicino. Se ne impiega di più, il suo sostituto resta fuori fino alla prima interruzione utile dopo che è trascorso un minuto e per quel tratto la squadra gioca in inferiorità numerica. È già successo. In una recente amichevole tra Giappone e Islanda, considerata la prima applicazione nota della regola, un islandese ha tardato a uscire, il cambio è rimasto bloccato a bordocampo e proprio in quell’intervallo il Giappone ha trovato il gol partita.

C’è poi il capitolo più delicato, quello degli infortuni. Quando un calciatore viene curato in campo dallo staff medico, dovrà restare fuori almeno un minuto dopo la ripresa del gioco, salvo eccezioni come il portiere infortunato o chi subisce un fallo punito col cartellino. L’obiettivo dichiarato non sono i traumi veri, ma la sosta tattica mascherata da infortunio, quella in cui mezza squadra raggiunge la panchina per parlare con l’allenatore mentre un compagno è a terra. Collina è stato netto: il portiere ha il diritto di farsi male, gli altri non hanno il diritto di andarsi a prendere un time out.

Condotta e dignità: il rosso per chi nasconde le parole

Il secondo gruppo di novità non riguarda il cronometro ma il comportamento. In altre parole, si tocca un nervo scoperto del calcio recente. È prevista l’espulsione diretta per chi, durante un confronto con un avversario o con un arbitro, si copre la bocca con la mano o con la maglia. Qualcuno l’ha già ribattezzata regola Vinícius, dal nome del brasiliano che aveva denunciato un insulto razzista pronunciato da un avversario proprio dietro la mano. La misura non vieta le conversazioni private. Punisce il gesto quando diventa lo schermo dietro cui far passare offese discriminatorie lontano dalle telecamere.

Sulla stessa linea arriva il giro di vite contro le proteste plateali. Un giocatore che abbandona il campo per contestare una decisione o un dirigente che incoraggia la squadra a farlo, rischia il rosso. Una formazione che provoca l’interruzione definitiva di una gara va incontro alla sconfitta a tavolino. La stretta nasce da episodi recenti, come le contestazioni viste in una finale di Coppa d’Africa, quindi mira a proteggere insieme la dignità e la regolarità della competizione.

Più tecnologia, più errori che si possono correggere

Il VAR allarga ancora il suo raggio d’azione, sempre dentro il principio dell’errore chiaro ed evidente. Diventano rivedibili il rosso nato da un secondo giallo palesemente sbagliato e i casi di identità scambiata, quando l’arbitro ammonisce o espelle il giocatore sbagliato. Le competizioni, inoltre, potranno far rivedere un calcio d’angolo assegnato per errore, ma solo se la correzione è immediata e non ritarda la ripresa del gioco. Se il corner viene battuto in fretta, la decisione resta.

Accanto al VAR compaiono altri strumenti. Gli arbitri potranno indossare body camera, fornite e controllate dall’organizzatore, le cui immagini e il cui audio resteranno a disposizione delle autorità per questioni disciplinari. E viene messa nero su bianco la possibilità di usare la tecnologia semiautomatica per il fuorigioco, già vista in azione e ora parte integrante del quadro. È lo stesso spirito che ha portato a riscrivere la norma sul doppio tocco: tornando all’episodio Álvarez, oggi un tiro accidentalmente toccato due volte che finisce in rete non viene più annullato, ma ripetuto. L’errore non sparisce, ma il margine per correggerlo cresce.

I dettagli che contano: accessori, idratazione, ritmo

Alcune modifiche sembrano minori e invece dicono molto della direzione presa. La vecchia messa al bando dei gioielli, fonte di liti e applicata in modo disomogeneo, lascia il posto a una regola più semplice e più umana. Gli accessori sono ammessi se non sono pericolosi e se restano coperti in modo sicuro, una formula che tiene conto anche di ragioni culturali, religiose e mediche. Ciò che è pericoloso, invece, va tolto. Non basta nasconderlo col nastro.

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C’è infine una concessione al contesto. Vista l’estate nordamericana, ogni partita del torneo prevede pause di idratazione di circa tre minuti a metà di ciascun tempo. Una misura pratica, pensata per il caldo, che però si inserisce nello stesso disegno: gestire meglio il tempo e l’energia di un calcio che vuole essere più veloce e meno frammentato.

Un Mondiale che funziona da laboratorio

Messe in fila, queste regole raccontano una visione precisa. FIFA e IFAB immaginano un gioco più scorrevole, meno tollerante verso le furbizie e più attento alla sua immagine pubblica. Il cuore della scommessa non è la sanzione in sé, ma il suo effetto deterrente: se il portiere sa che l’arbitro ha uno strumento per intervenire, sarà meno tentato di tirare la corda. Conviene rischiare un angolo per rubare tre secondi?

Il Mondiale, con cinque settimane di esposizione sportiva, mediatica e popolare, è il banco di prova ideale per capire quali regole reggono, quali vanno ritoccate e quali continueranno a far discutere. L’IFAB ha già detto che il pacchetto è destinato a estendersi via via ai campionati nazionali e alle altre competizioni internazionali.

Per chi studia il calcio e lo gestisce, ovvero dirigenti, federazioni, organizzatori, le regole non sono solo un dettaglio tecnico riservato agli arbitri. Sono la struttura che decide il ritmo, lo spettacolo e, in ultima analisi, il valore del prodotto calcio. Da oggi, in campo, inizia il collaudo.

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