Il caso studio dell’Italia del baseball, che ha battuto Stati Uniti e Messico ai Mondiali, si è qualificata ai quarti come prima del girone e ha conquistato l’attenzione dei media internazionali. Quasi nessuno dei suoi giocatori è nato in Italia. Eppure qualcosa in questa squadra funziona, dentro e fuori dal campo.
Sono forti, fanno risultato e spettacolo, indossano jersey create da Nike, che sono bellissime – con quello stile vintage, che ha reso tutte le maglie di questo sport anche un iconico capo di moda – e nel contempo meravigliosamente azzurre. Sono la nazionale italiana di baseball, che ha compiuto un’impresa storica battendo gli Stati Uniti in casa, al Daikin Park di Houston, nel World Baseball Classic 2026.
Dopo di loro è toccato anche al Messico, altra squadra giudicata imbattibile. Anche loro hanno dovuto arrendersi all’entusiasmo italiano, quello di una squadra che è sembrata a lungo avanzare nella competizione come in una bolla, galleggiando inscalfibile su ogni avversario.
Del resto, il capolavoro non è definito solo dall’aver battuto le due squadre più forti del mondo, ma anche dal come. L’Italia ha vinto tutte le partite del suo girone, il più difficile, diventando la prima squadra europea a vincere quattro partite su quattro nel mondiale. Il Messico è stato dominato per 8-1. Ha poi battuto gli USA per 8-6, risultato che sarebbe stato ancora più netto per gli azzurri se di fronte non ci fosse stato il dream team del baseball attuale, un gruppo formato dai giocatori più formidabili in circolazione.
Il momento probabilmente più iconico, quello di cui tutti parlano, è stata l’eliminazione di Aaron Judge, il miglior battitore destro della storia. Ci ha pensato il nostro Greg Weissert con un changeup demoniaco, che ha mandato Judge in tilt e a vuoto.

La prima semifinale della storia
Il torneo si è concluso meglio di qualsiasi precedente edizione e peggio di come si sperava. Nei quarti di finale l’Italia ha battuto Porto Rico 8-2, con un vantaggio così netto dopo quattro inning da sembrare quasi crudele. Poi la rimonta portoricana ha reso il finale 8-6, ma non è bastata. Per la prima volta nella storia, la nazionale azzurra è arrivata in semifinale mondiale.
Lì ha trovato il Venezuela, che ai quarti aveva eliminato a sorpresa il Giappone campione in carica. La partita è stata equilibrata, decisa in rimonta: 4-2 per il Venezuela, fine del sogno. L’Italia si è fermata a un passo dalla finale, ma lo ha fatto come unica squadra rimasta imbattuta fino a quel momento del torneo, un dettaglio che racconta meglio di qualsiasi risultato il livello raggiunto.
Le regole olimpiche per Los Angeles 2028 sono molto più restrittive di quelle del World Baseball Classic, e non permetteranno di convocare chiunque sia semplicemente idoneo alla cittadinanza italiana. Molti dei protagonisti di questo torneo potrebbero non essere disponibili già nel 2027, quando si giocherà il torneo di qualificazione continentale. Il miglior risultato della storia del baseball italiano rischia di essere anche il risultato irripetibile di una squadra irripetibile.
Una nazionale costruita al contrario
Come si è arrivati a questo stato di grazia? Con un’opera lungimirante e furba. Il primo dato lo suggerisce proprio l’identità dell’eroe del momento. Se Weissert vi sembra poco italico come cognome è perché parliamo di un newyorkese di nascita, made in Bay Shore. Solo uno dei 22 italoamericani nel roaster di 30 giocatori convocati. Sono nati e cresciuti negli States, giocano nella Major League (MLB), l’Italia l’hanno vista solo da turisti. In realtà, lui o Lorenzen sono quelli a cui l’operazione sotto copertura riesce peggio. Quanto agli altri, da Canzone a Caglianone a Saggese, chi direbbe mai nulla?
Le regole del WBC permettono di convocare chiunque sia anche solo idoneo a ottenere la cittadinanza italiana, una soglia molto più bassa di quella prevista per le Olimpiadi o gli Europei. Sono regolamenti morbidi e permissivi perché la MLB, che ora ne è responsabile, sta premendo sul marketing e sulla diffusione di questo campionato. Questo inoltre consente alle nazionali di paesi dove il baseball non è così diffuso di fare esattamente quello che ha fatto l’Italia, convocare giocatori più forti che militano nella MLB stessa.

È una scorciatoia normativa, certo. Però è anche il risultato di un progetto costruito con intelligenza nel tempo, che ha trasformato quella scorciatoia in un vantaggio competitivo reale. Il baseball in Italia al momento è costituito da 50.000 tesserati (dati FIBS), ma prima di ora era uno sport assai poco seguito e non è detto che non ricada nell’oblio con l’uscita di scena della nazionale. Il movimento ha bisogno di sostegno e maggiori investimenti per maturare e rafforzarsi.
Questo processo di recruiting ha subito un’accelerazione con Mike Piazza, membro della Hall of Fame della MLB, nominato commissario tecnico nel 2019 dopo la mancata qualificazione olimpica. Grazie alla sua rete di relazioni, Piazza convinse molti italoamericani a unirsi agli Azzurri. Nel 2023 l’Italia raggiunse per la prima volta i quarti di finale.
Ned Colletti, general manager, con l’attuale manager Francisco Cervelli hanno continuato sulla stessa strada, provando anche a portare in azzurro i celebri fratelli Hollyday. Il risultato è una squadra solida e piena di talento che tuttavia, almeno sulla carta, non dovrebbe poter competere con gli Stati Uniti. E invece il baseball è uno sport imprevedibile e spietato, che meriterebbe più fortuna anche qui da noi.
Il rituale, il brand, la storia
Lo sport non è solo gara, ma anche intrattenimento. Questo oltreoceano lo sanno bene. Non è quindi un caso che a fare il giro del mondo non sia stato solo il punteggio, ma il contorno. È l’immagine del capitano Vinnie Pasquantino che, dopo ogni fuoricampo,fa indossare al compagno una giacca Armani, gli porge un caffè espresso e lo saluta con due baci sulle guance. Trionfo d’italianità, pura opera di brand identity.
La macchina da espresso Lavazza è in dugout ad ogni partita e nel corso del torneo la squadra ha deciso di personalizzarla. Dopo ogni fuoricampo, viene decorata con il numero del giocatore che l’ha realizzato. Il manager Cervelli ha spiegato con semplicità disarmante: «In Italia beviamo caffè circa 20 volte al giorno. È una tradizione. Stai camminando per strada, vedi un bar e prendi un caffè. Poi chiacchieri un po’ e continui a camminare. È così che funziona in Italia».
Una rappresentazione stereotipata dell’italianità? Sì, abbastanza. Anche una narrazione potentissima, perfettamente leggibile da un pubblico americano, capace di generare contenuto virale e simpatia spontanea. Dal punto di vista del marketing sportivo, questa squadra sta facendo qualcosa che la nazionale di calcio non riesce a fare da anni: raccontare una storia.

Identità, appartenenza e tifo nell’era globale
C’è un tema più profondo che questa vicenda mette a fuoco e che riguarda direttamente chi studia e lavora nel mondo dello sport business: cosa significa tifare per una nazionale, oggi? Il modello tradizionale — nati sul suolo, cresciuti nel sistema, rappresentanti “autentici” di un paese — è in crisi da tempo in quasi tutti gli sport di squadra. Le nazionali si costruiscono sempre più come franchise, con regole di eleggibilità flessibili, con strategie di reclutamento, con identità costruite anche attraverso la comunicazione. La nazionale italiana di baseball lo fa in modo esplicito e senza imbarazzo.
C’è qualcosa di interessante nel fatto che questi giocatori, molti dei quali non parlano italiano, non conoscono bene il paese e hanno scoperto l’espresso come rito di squadra, sembrino tenere genuinamente a questa maglia. Non a caso il progetto è sopravvissuto al cambio di commissario tecnico e ha continuato a crescere, con uno staff arricchito da figure come Jorge Posada, Dave Righetti e Sal Fasano, tutti con curriculum di primo piano in MLB. Non si costruisce nulla del genere senza una cultura di gruppo reale.
E allora, sono gli azzurri da tifare?
C’è prima di tutto il problema del calcio, ormai troppo rappresentativo e radicato, che satura le attenzioni dei tifosi e lascia spazio a poco altro. Effettivamente ci manca la cultura del baseball, ne ignoriamo le logiche e le regole base. Il calcio al contrario lo abbiamo introiettato, anche un neofita potrebbe seguire discretamente un derby. Parliamo di uno sport che tuttavia viene sistematicamente inquinato da interessi privati, a discapito delle competizioni nazionali e della valorizzazione dei talenti.
La risposta poi dipende da cosa si cerca nel tifo. Se si cercano giocatori cresciuti nei campetti italiani, che hanno fatto la trafila delle giovanili e portano con sé una storia riconoscibile, questa non è quella squadra. Se si cerca una squadra in grado di fare risultato, che ha una narrativa forte, che rappresenta un pezzo autentico, anche se ibrido, dell’identità italiana nel mondo, allora sì: questa squadra merita attenzione.
Per chi lavora nel settore sportivo, la storia della nazionale italiana di baseball è anche un caso di studio su come si costruisce un progetto competitivo con risorse limitate, su come si usa la diaspora come leva strategica e su come un’identità di brand possa diventare parte integrante del prodotto sportivo.
Dante Nori, dopo il suo primo fuoricampo obbligato a bere un espresso, ha ammesso: «Non mi piace il caffè. Il primo soprattutto, ho pensato ‘Ugh’. Il secondo mi è piaciuto un po’ di più». In qualche modo, è una buona metafora. Ci vuole un po’ ad abituarsi. Poi, però, piace.