Non chiamatelo parkour: lo sport tradito dai falsi miti social

Da disciplina nata per riscoprire in modo sano e fluido il corpo e la città, nella sua rincorsa all’affermazione mediatica e nell’immaginazione di qualcuno, il parkour è al centro di una mutazione silenziosa. Una mutazione fatta di like, follower e video sempre più estremi. I valori originari – controllo, rispetto, consapevolezza del rischio – sembrano sbiadire sotto i filtri di Instagram e le musiche adrenaliniche di TikTok.
Sono i rischi derivanti dalla spettacolarizzazione, che per altro rischiano di confondere questa disciplina con altre pratiche controverse, nate da filosofie diverse e con differenti propositi. Una di queste è il rooftopping e chi lo pratica: li definiscono climbers o daredevil, se ne parlava molto fino all’anno scorso. In cima ai trend italiani c’erano i piedi di qualche teenager che penzolavano dalla cima dello stadio di San Siro o da qualche grattacielo di Milano, milioni di visualizzazioni.
Il rischio ovviamente è l’appiattimento dello spirito vero del parkour, sacrificato per la ricerca dell’effetto che possa stupire e rendere virale un contenuto.

L’arte del movimento, non del rischio

L’idea alla base del parkour non è mai stata compiere azioni pericolose e non è mai stata legata in alcun modo alla verticalità, non c’è bisogno di scalare nulla. L’obiettivo non era saltare da un tetto all’altro per stupire, ma superare ostacoli nel modo più efficiente e fluido possibile, allenare corpo e mente, adattarsi all’ambiente. Chi lo pratica davvero, lo sa: il parkour è disciplina, non esibizionismo.
Eppure, su YouTube e TikTok è un susseguirsi di video di fail, di chi ci prova e cade, oppure di salti impegnativi e difficili “da chiudere”, per dirla in gergo. Questo nella migliore delle ipotesi, nella peggiore c’è il rischio di trovare appunto l’hashtag di questo sport associato a tutt’altro: corse sul bordo di grattacieli, flip tra antenne e arrampicate a mani nude su strutture pericolanti. Zero allenamento tecnico, nessun rispetto per la sicurezza e contesto, unico obiettivo lo stupore del pubblico. Così l’immagine pubblica del traceur – colui che pratica il parkour – rischia di confondersi con quella dell’influencer in cerca di adrenalina. Una differenza che lo spettatore medio dei social non può conoscere.

Un male necessario

Di questi rischi e di molto altro che riguarda il parkour, quello autentico, ne abbiamo parlato con uno specialista italiano della disciplina, Davide Garzetti – ci ha aiutato a capire ad esempio perché il parkour corra sempre il rischio di essere frainteso, perché la sua natura dinamica tende allo spettacolo. I suoi volteggi si prestano ad essere fotografati e riprodotti, con musiche alla moda e frasi motivazionali a corredo; sarà per questo che molti brand, sportivi e non, ricorrono sempre più ad atleti parkouristi per creare pubblicità ad alto impatto visivo.

Una componente che è anche giusto venga sponsorizzata, perché farsi conoscere è uno degli obiettivi primari di questa bella e sana attività sportiva, ancora sconosciuta ai più. Basta tenere a mente che il parkour non è uno sport da autodidatti dell’estremo, ma un’arte del corpo che richiede gradualità, ascolto, apprendimento. Nessun salto azzardato nasce per caso, ogni gesto visivamente impressionante è il risultato di anni di allenamento, controllo mentale, tecnica.
Oggi più che mai, chi ama e vive davvero il parkour ha una responsabilità: raccontare cosa c’è prima del salto e cosa dovrebbe esserci dietro. Ribadire i valori fondanti di una disciplina statisticamente sicura e praticabile quasi ad ogni età. Parlare di rispetto, della città e di sé stessi. Mostrare cioè la bellezza del gesto, non solo il brivido. E forse, provare ad usare gli stessi criticati social per invertire la rotta. Per educare, anziché impressionare, per diffondere consapevolezza anziché adrenalina vuota.

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