C’è un campo di periferia, da qualche parte in Italia, dove piove da un’ora. In tribuna, tra genitori infreddoliti e dirigenti locali, siede un uomo che non guarda la partita come tutti gli altri. Non conta i gol, non registra i chilometri percorsi. Osserva come un ragazzino reagisce dopo un errore, come si rialza, come parla ai compagni. Sta cercando qualcosa che nessun software saprà mai misurare.
Quell’uomo potrebbe essere Riccardo Guffanti. Dirigente, osservatore, scopritore di talenti, Guffanti ha attraversato decenni di calcio italiano decodificandolo prima che diventasse spettacolo televisivo. E quando gli si chiede se il suo mestiere sia scienza o arte, risponde senza esitazione citando Edvard Munch, il pittore dell’Urlo: “Non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto.”
È una frase che vale un intero manuale di scouting. Perché su un campo di calcio, spiega Guffanti, tutti sono capaci di descrivere quello che succede in superficie. L’osservatore calcistico va oltre. Metti tre osservatori diversi in tribuna a guardare la stessa partita e otterrai tre relazioni differenti: la differenza la fa chi scrive non di ciò che è visibile a tutti, ma di ciò che ha percepito in profondità, nell’anima del giocatore.
L’artigiano nell’era dell’algoritmo
Il calcio moderno si nutre di dati. Piattaforme che permettono di rivedere una partita giocata dall’altra parte del mondo due ore dopo il fischio finale, algoritmi che calcolano l’occupazione degli spazi, metriche che quantificano ogni corsa e ogni passaggio. Guffanti non è un nostalgico che rifiuta la tecnologia: ammette di aver faticato all’inizio, “avendo i capelli bianchi”, ma si è adeguato volentieri. Il punto è un altro.
Per lui gli algoritmi sono diventati essenziali soprattutto per il match analyst, il braccio destro dell’allenatore che studia gli avversari e fornisce dati in tempo reale in panchina. Lo scout fa un lavoro diverso però, basato su valutazione e ricerca a monte. I dati contano, certo, ma arrivano solo dopo che gli occhi e l’istinto hanno emesso la loro prima sentenza.
La distinzione che traccia è netta. Il dato ti dice cosa un giocatore ha fatto: 10km percorsi sono un fatto scientifico, inconfutabile. Eppure la tecnologia non ti dice come li ha percorsi, né perché ha fatto una determinata scelta con il pallone tra i piedi, né come l’ha elaborata nella sua mente. A quel processo cognitivo il dato statistico non arriva. Ci arrivano solo l’empatia e la competenza di chi osserva. L’analista studia i numeri, l’artigiano dello scouting studia l’anima del calciatore.

L’errore che ha costruito una carriera
Guffanti non parla da teorico. Il pilastro del suo metodo nasce da un errore, commesso ai tempi dei suoi inizi come osservatore all’Udinese, dopo anni da direttore sportivo. All’epoca tendeva a identificare quasi esclusivamente le qualità fisiche e tecniche dei ragazzi, trascurando la componente comportamentale e cognitiva.
Nel calcio moderno, dice oggi, l’aspetto cognitivo è tutto. Non aver capito subito come un ragazzo ragionava, quali scelte faceva in campo al di là dei compiti tattici assegnati dall’allenatore, è stato un errore prezioso. Da quella lezione è nata la domanda che guida ogni sua valutazione: come decide, un giocatore, di “stare” in campo?
È anche per questo che difende la meritocrazia del suo mestiere, sfatando volentieri un mito. Girare il mondo per fare lo scout non è una vacanza dorata: si perdono aerei, si dorme in aeroporto, si arriva sui campi in ritardo e sotto la pioggia. La dote che serve è la passione, che Guffanti distingue con precisione chirurgica dalla piacevolezza. La piacevolezza è andare al ristorante e ordinare il piatto preferito. La passione è la forza interiore che ti spinge a fare bene il tuo lavoro nei momenti di fatica e disagio.
Il buco nero della Serie C
Quando lo sguardo si sposta sul sistema Italia, il tono cambia. Guffanti crede ancora nel talento italiano, ma individua una ferita strutturale di cui si parla poco: la scomparsa dei settori giovanili delle società di Serie C come base del movimento nazionale.
Un tempo quelle realtà rappresentavano il primo vero gradino professionistico dopo la selezione nei dilettanti. Lavoravano sul territorio, in ogni regione, svolgevano un prezioso lavoro di crescita e sfoltimento a beneficio di Serie A e Serie B. Quella filiera si è spezzata, e con lei una parte della capacità del calcio italiano di generare campioni.
La sua ricetta è controcorrente rispetto al dibattito abituale. Se potesse intervenire subito, toglierebbe le classifiche esasperate e le finali nazionali nelle categorie dei più piccoli. Non per abolire l’agonismo, che considera sano e necessario, ma perché le classifiche spingono gli allenatori dei vivai a scimmiottare il calcio dei grandi, dedicando la settimana alla tattica per vincere la partita della domenica. Nei settori giovanili, sostiene, il tempo sul campo dovrebbe servire esclusivamente al miglioramento individuale e tecnico del ragazzo. La domenica, i giovani devono scendere in campo con l’idea della sfida. E basta.
Ritrovarsi, non copiare
C’è infine un passaggio che suona come un manifesto. Alla domanda su quale modello estero l’Italia dovrebbe imitare per rinascere, Guffanti ribalta la premessa: l’Italia non deve cercare modelli fuori, perché storicamente siamo noi un modello per gli altri. Un’affermazione forte di questi tempi, ma che non lascia campo ad equivoci. Gli allenatori italiani vincono e insegnano calcio ovunque, la scuola di Coverciano resta un’eccellenza riconosciuta a livello mondiale. L’Italia non deve copiare. Deve ritrovarsi.
I club in Europa si difendono bene, osserva, ma se un Paese come il nostro salta i Mondiali in maniera reiterata, un problema di fondo esiste. E lo colloca nell’attaccamento viscerale alla maglia azzurra, in quel sentirsi fortemente squadra che a volte è mancato in Nazionale. Tra le riforme coraggiose che auspica, una su tutte: abbassare il numero delle società professionistiche.
Alla fine, ogni discorso torna lì, a quella tribuna bagnata di periferia. Perché il talento, ripete Guffanti, non si spiega: si riconosce. E riconoscerlo non è una scienza esatta fatta di formule ripetibili. È intuizione, sensibilità, visione. È la capacità di scrivere una relazione non su ciò che si è visto, ma su ciò che si è saputo vedere. Come diceva Munch. Come farà sempre, algoritmi o no, un vero artigiano del pallone.