Lega USFL, storia di un pessimo management

Il football americano non è solo NFL. Negli anni Ottanta, una nuova sigla provò a cambiare le regole del gioco: USFL – United States Football League. Nata con grandi ambizioni, la lega attirò investimenti, campioni e tifosi. Eppure, dopo appena tre stagioni, chiuse i battenti lasciando dietro di sé una lezione preziosa di management sportivo, ovvero che anche le migliori idee possono naufragare senza una strategia sostenibile.

La nascita della USFL, un progetto innovativo di football americano

La USFL viene fondata nel 1982 da David Dixon, imprenditore e visionario, già protagonista di iniziative legate al football americano. L’idea è brillante e sensata: offrire al pubblico una lega alternativa alla NFL, da disputarsi in primavera ed estate, periodo non presidiato dalla rivale e in cui il campionato è fermo.

Dal punto di vista del marketing e del management sportivo, la scelta iniziale è quindi un perfetto esempio di posizionamento. Si sceglie di colmare un vuoto stagionale, di andare nelle città ancora prive di una squadra professionista, di occupare spazi televisivi liberi e attrarre sponsor desiderosi di visibilità fuori dal calendario NFL. In altre parole, un modello complementare e non competitivo. Anche perché qualsiasi contrasto diretto con la sorella maggiore, avrebbe annientato l’USFL sul nascere. La National Football League, nello stesso periodo, incassa circa un miliardo di dollari dalla vendita dei biglietti e il doppio dai diritti televisivi. Troppo potente per un assalto frontale.

La strategia prudente premia. I due grandi network nazionali, ABC ed ESPN, scommettono sulla creatura di Dixon e il primo campionato ufficiale parte l’anno dopo, nel 1983. Dodici le squadre di football americano presenti nel roster, tra cui quelle di Denver, Phoenix e New Jersey. Molti anche i giovanissimi talenti coinvolti, tra cui anche qualche nome importante. Le partite della lega vengono viste mediamente da 25.000 persone.

Le best practice: marketing, talenti e intuizioni

Nei primi anni la USFL mostra un approccio manageriale vincente:

  • Atteggiamento prudente, volto a prevenire le perdite per le squadre: ad esempio il già citato tetto ai salari
  • Accordi televisivi: partnership con ABC e ESPN che garantiscono visibilità nazionale.
  • Strategia di espansione territoriale: squadre distribuite in mercati medio-grandi, molti dei quali non coperti dalla NFL.
  • Marketing vincente: L’NFL è una lega conservatrice, sperimenta poco e introduce poche novità. I giocatori dell’USFL invece possono ballare e festeggiare quando fanno touchdown. Le squadre hanno nomi goliardici. Inoltre, la lega di Dixon intuisce il potenziale della videoregistrazione, per permettere ai tifosi di rivedere e discutere delle azioni più controverse.

Queste mosse rendono la lega attraente, differenziandola dal monopolio NFL e portando rapidamente il pubblico sugli spalti. In termini di sport business, la USFL rappresenta un case study su come creare brand awareness e fan engagement in tempi brevi.

Michigan Panthers vs Oakland Invaders, USFL 1983

Il management spregiudicato e il fallimento

Le premesse iniziali sono solide e vincenti. Tuttavia, le scelte manageriali fatte in seguito le disattendono completamente. Alcuni errori sono da imputare alla stessa amministrazione, un’espansione troppo rapida ad esempio (da 12 a 18 squadre) senza aspettare di consolidare i mercati esistenti. Altri, i più distruttivi, si devono all’avidità dei singoli proprietari e in particolare ad un illustre responsabile: Donald Trump.

Trump acquista i New Jersey Generals poco dopo l’inizio del primo campionato. Lo fa per motivi di visibilità personale, quindi la strategia cauta di Dixon non lo soddisfa. Bisogna rendere l’USFL più spregiudicata e appariscente il prima possibile. Nonostante la lega preveda un tetto massimo di 2 milioni di dollari a squadra per la retribuzione dei giocatori, Trump punta a soffiare campioni all’NFL e ingaggia Herschel Walker e Doug Flutie, il quarterback del Boston College e già vincitore dell’Heisman Trophy. Le cifre sono chiaramente molto più alte.

New Jersey Generals vs Los Angeles Express, USFL 1983

Nel frattempo, si decide di alzare il tiro ulteriormente e intentare una causa antitrust contro l’NFL. Trump convince gli altri proprietari delle squadre USFL che l’NFL abbia messo in atto un monopolio autunnale del football americano, stipulando contratti con tutte e tre le maggiori reti televisive. Si passa cioè di fatto ad un modello fortemente competitivo, abbandonando la ricerca di guadagni lenti, nel lungo periodo, per costringere l’NFL a scendere a patti e fondersi con l’ultima arrivata.

Nonostante le reti televisive coinvolte smentiscano la teoria alla base del processo, dicendosi disposte a coprire anche le partite dell’USFL in caso di passaggio alla sessione autunnale, il procedimento va avanti. Sulla carta, il tutto si chiude con una vittoria della lega di Dixon. Nella pratica, la vittoria è una beffa: la giuria riconosce all’USFL un risarcimento pari ad un solo dollaro per rifarsi del presunto danno subito. Una cifra simbolica per punire il tentativo di usare un escamotage legale per abbreviare la scalata alla massima categoria.

La giovane USFL fallisce all’inizio del 1986, con un bilancio in rosso e tanti sogni infranti.

Lezioni manageriali ed eredità

Per chi studia sport management, la parabola della USFL offre spunti preziosi:

  1. Timing e posizionamento: individuare una nicchia di mercato può funzionare, ma serve coerenza di lungo periodo.
  2. Controllo dei costi: lanciare ingaggi milionari senza ricavi strutturati è insostenibile.
  3. Espansione graduale: consolidare il mercato prima di crescere è fondamentale.
  4. Competizione vs. complementarità: sfidare direttamente un monopolio consolidato richiede risorse enormi e una visione di lungo termine.

Nonostante il fallimento, la USFL ha lasciato un segno. Alcuni dei suoi giocatori sono diventati icone NFL e il concetto di football “primaverile” torna ciclicamente con nuove leghe, fino alle recenti esperienze di XFL e alla rinascita della stessa sigla USFL nel 2022 (poi fusa con la XFL nel 2024). Uno degli sport più amati d’America, tra luci e ombre, che oggi vive anche delle scommesse di chi non ce l’ha fatta.

Per manager e studenti di sport business, la USFL resta un laboratorio unico: dimostra come la gestione di una lega sportiva non si misuri solo sul talento in campo, ma soprattutto sulla capacità di unire visione, sostenibilità economica e strategie di lungo termine.

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