Gli spagnoli lo fanno meglio

Dal centro di Madrid bastano venti minuti di tangenziale verso nordovest. Si esce, si imbocca una strada residenziale e dietro un parco aziendale appare un complesso di edifici color sabbia. L’insegna recita Plaza Luis Aragonés. Quattro campi, un hotel-residenza, un padiglione polisportivo, un museo. Niente di vistoso. Eppure è qui, dentro la Ciudad del Fútbol, che da oltre vent’anni la Spagna prepara la nazionale assoluta e tutte le sue selezioni giovanili.

Negli stessi giorni in cui l’Italia digerisce la terza eliminazione consecutiva da un Mondiale, la sconfitta ai rigori contro la Bosnia a Zenica, le dimissioni del presidente federale Gabriele Gravina e perdite economiche stimate da Unimpresa in oltre cinquecento milioni di euro, guardare a Las Rozas non è un esercizio nostalgico. È un esercizio di metodo.

Las Rozas, dodici ettari ai piedi della Sierra: viaggio dentro la Ciudad del Fútbol

La Ciudad del Fútbol fu inaugurata il 12 maggio 2003 dall’allora principe Felipe di Borbone, oggi re. Progetto dell’architetto Gerardo Ayala, costo finale di 43,9 milioni di euro, dodici ettari interamente dedicati al pallone. Quattro campi, il centrale dotato di pista d’atletica e 1.300 posti. Un hotel-residenza, una palestra, un’area medica, una zona stampa. La sede amministrativa della Real Federación Española de Fútbol, l’auditorium intitolato a Luis Aragonés e il Museo de la Selección.

Il complesso è progettato per moduli indipendenti, in modo che si possano tenere insieme un ritiro della nazionale, un corso UEFA Pro e una conferenza FIFA. Lo spogliatoio principale, personalizzato per i giocatori della selezione assoluta, resta chiuso il resto dell’anno. Un dettaglio minimo, eppure indicativo della cultura del posto.

Courtesy of Cidad del Fútbol

Quello che si vede a Las Rozas è la conseguenza di una scelta presa anni prima della costruzione. Nel 1995 la Federazione spagnola avviò una revisione completa del proprio sistema formativo, dall’alto e dal basso insieme. Decise di puntare sulla qualità della preparazione tecnica degli allenatori, sull’accessibilità economica dei corsi e su una metodologia coerente che attraversasse tutte le selezioni.

La svolta era stata resa culturalmente possibile dall’eredità di Johan Cruyff, che dal 1988 a Barcellona aveva imposto un’idea di gioco fondata sul possesso, sulla tecnica e sull’intelligenza tattica. Nel giro di un decennio tutto il calcio spagnolo si era allineato a quell’estetica, dalle scuole di provincia ai centri federali.

Il numero magico è 55: come la RFEF seleziona i suoi giovani

Il numero magico, racconta il giornalista Graham Hunter nel suo libro sulla Roja, è 55. Ogni estate, a luglio, il responsabile delle categorías inferiores della RFEF si riunisce con i suoi collaboratori e con diciannove osservatori regionali, tutti volontari, per stilare la lista dei 55 migliori quattordicenni e quindicenni del Paese: cinque per ruolo. La stessa procedura si ripete per Under 16, Under 17 e Under 18.

I ragazzi convocati passano tre giorni al mese alla Ciudad del Fútbol, da settembre a dicembre. Lavorano sugli stessi principi e su come muoversi col pallone e come comportarsi quando lo si perde, quando pressare, quanto tenere distanziati i reparti, come costruire i triangoli per ottenere superiorità numerica nelle situazioni di gioco. A gennaio i 55 diventano 33, i tre migliori per ruolo, fino al torneo competitivo di fine stagione.

I risultati sono noti agli addetti ai lavori. Dal 1995 la Spagna ha vinto un Mondiale, due Europei consecutivi, otto Europei Under 19, sei Europei Under 17, tre Europei Under 21, un Mondiale Under 20. Più dei trofei, però, contano i numeri di sistema. Nel 2013, secondo le statistiche UEFA, la Spagna aveva 15.423 allenatori con licenza UEFA A o Pro contro i 1.395 dell’Inghilterra, nonché 2.140 tecnici UEFA Pro contro 203.

Ciudad del Deporte, ennesimo ambizioso progetto di complesso polisportivo che sta prendendo forma a Madrid

Un corso UEFA A in Spagna costava 1.200 euro e prevedeva 750 ore di formazione, in Inghilterra costava poco meno di tremila sterline per circa 250 ore. Investire sui formatori e renderli accessibili, significa costruire nel lungo periodo un esercito di tecnici qualificati a ogni livello, dalle scuole calcio di paese alle giovanili dei grandi club.

E i ragazzi giocano davvero. Uno studio della BBC, citato dalla rivista These Football Times, ha confrontato i minuti giocati nei campionati top dai convocati delle quattro semifinaliste dell’Europeo Under 21 del 2017. I giovani inglesi avevano accumulato circa 20.000 minuti in Premier League, contro i 37.000 dei loro coetanei spagnoli in Liga.

L’88% del minutaggio degli spagnoli arrivava dal massimo campionato, per gli inglesi la quota scendeva al 47. La base del sistema iberico non è soltanto la formazione federale, è anche la fiducia che i club di Liga, con budget mediamente più stretti dei loro omologhi inglesi, ripongono nei propri vivai.

La Academia RFEF, ultimo capitolo di un percorso trentennale

A Las Rozas, oggi, quel lavoro ha un nome nuovo. La RFEF presieduta da Rafael Louzán ha lanciato di recente La Academia RFEF, un marchio che riunisce in un’unica piattaforma digitale l’intera offerta formativa federale: corsi per allenatori di calcio, futsal e beach soccer, congressi, seminari, e-learning, programmi di mobilità internazionale, una bolsa de trabajo per i tecnici fermi.

Iván Cancela, responsabile dell’area allenatori, insieme a David Gutiérrez, direttore della Escuela Nacional de Entrenadores, hanno presentato l’iniziativa parlando di un’identità moderna sostenuta da risorse vere. Aggettivo cruciale per chi guarda da fuori. La Spagna non aggiorna il proprio sistema con annunci, ma con stanziamenti di bilancio e calendari di esami.

modello RFEF calcio spagnolo

Il calcio italiano vive il momento opposto. Dopo Zenica il dibattito si è concentrato sui premi FIFA mancati, sui malus dei contratti con gli sponsor, sulla riforma dei campionati, sui nuovi stadi. Tutti temi legittimi, ma a valle. A monte, come ribadiva all’indomani della sconfitta con la Bosnia il presidente di AICS Bruno Molea, il calcio professionistico deve tornare a parlare con il lavoro dei vivai e con la pratica di base.

Tradotto: ricostruire una filiera. La Spagna lo ha fatto trent’anni fa, partendo da una decisione politica della Federazione e da un investimento sulla formazione dei formatori. La Ciudad del Fútbol non è la causa del successo, quanto piuttosto la conseguenza fisica di quella decisione. Un edificio dove ogni mese dei futuri campioni imparano la stessa lingua, davanti a tecnici che la parlano davvero.

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