I francesi lo fanno meglio

In questi Mondiali la Francia sembra inarrestabile. Ha segnato quattordici gol nella fase a gironi e la sua stella polare, il capitano Mbappé, ne ha fatti sette in tre partite. Quando Kylian ha riposato, ci ha pensato Dembélé a firmare una tripletta, con Olise che nel frattempo ha già messo insieme cinque assist e insegue il record che Pelé detiene dal 1970.

Un gruppo formato da individualità così alte che Marcus Thuram, diciotto gol stagionali con l’Inter, ha giocato solo due minuti. Non perché stia male, ma perché davanti a lui ci sono appunto giocatori che nessun altro commissario tecnico al mondo potrebbe permettersi di lasciare in panchina.

Chi guarda questa squadra e parla di talento naturale commette lo stesso errore di chi, davanti a un’azienda leader di mercato, parla di fortuna. La Francia è il risultato di un progetto industriale applicato al calcio. E come tutti i grandi progetti, nasce da un fallimento.

Una sconfitta a Stoccolma e un’idea di sistema

Il 15 ottobre 1969 la Francia perde 2-0 in Svezia e resta fuori dal Mondiale del Messico. Non è un incidente isolato: i Bleus mancheranno anche il Mondiale del 1974 e l’Europeo del 1976. È il punto più basso della storia calcistica del Paese, proprio quel baratro da cui comincia la risalita.

Nel 1972 il presidente federale Fernand Sastre fonda la Direction Technique Nationale e affida a Georges Boulogne un compito preciso: creare un’accademia nazionale per i migliori giovani del Paese. Nasce così l’Institut National du Football, con sede a Vichy. I primi anni sono duri, quasi militari, sul modello fisico di Germania e Inghilterra. Eppure dal vivaio collegato del Nancy esce presto un ragazzo di nome Michel Platini e il resto della Francia calcistica inizia a credere nel progetto.

Negli anni Ottanta la filosofia cambia. L’istituto abbandona il culto della forza fisica e mette al centro la tecnica individuale: il piede debole, l’intelligenza tattica, la capacità di giocare in più ruoli. Nel 1988 il progetto si consolida in quello che diventerà il suo simbolo e nel 1990 la sede si trasferisce definitivamente a Clairefontaine, alle porte di Parigi. Le fonti divergono leggermente sulle date, ma convergono sulla sostanza: la Francia decise di smettere di aspettare i talenti e cominciò a produrli.

Clairefontaine, la fabbrica invisibile

A Clairefontaine si entra a tredici anni, dopo selezioni che iniziano a maggio e lasciano fuori quasi tutti: 23 posti per due anni di formazione. La sveglia suona alle 6:30, la mattina si va a scuola a Rambouillet, il pomeriggio si torna al centro per due ore di allenamento, la sera si fanno i compiti. Chi resta indietro negli studi rischia l’espulsione, esattamente come chi non regge il livello in campo. I ragazzi continuano intanto a giocare nei loro club, perché il centro federale non sostituisce le società: le completa.

modello calcio francese

Il successo del modello ha portato la federazione a replicarlo con tredici Pôles Espoirs distribuiti su tutto il territorio, da Marsiglia a Digione. A quindici anni entrano poi in gioco le accademie dei club professionistici, obbligatorie per legge fin dagli anni Settanta. Il risultato è una filiera continua in cui ogni attore ha una funzione: la scuola allarga la base, i centri federali selezionano e formano, i club rifiniscono e lanciano.

Da questa filiera sono usciti Henry, Anelka, Giroud, lo stesso Mbappé. Eppure a ben vedere il punto non sono i nomi, quanto piuttosto la regolarità con cui il sistema li genera.

Le banlieue e i trecento osservatori

C’è poi un secondo pilastro, meno visibile di Clairefontaine e altrettanto decisivo: il reclutamento. La federazione dispone di circa trecento consulenti tecnici che ogni anno osservano migliaia di bambini in tutto il Paese. E il bacino da cui pescano è enorme, perché in Francia lo sport è considerato una questione di interesse pubblico. I comuni investono da decenni in campi e strutture di quartiere, spesso proprio nelle banlieue, dove al calcio viene riconosciuto un valore educativo prima ancora che agonistico.

Quelle periferie, difficili sul piano sociale, si sono rivelate straordinariamente fertili sul piano calcistico. Si gioca ovunque, spesso in spazi stretti che affinano la tecnica. Un quarto della rosa di Deschamps a questo Mondiale è nato nella regione di Parigi. E l’apertura del sistema va oltre i confini: Olise è nato a Londra e cresciuto in Inghilterra, ma il legame familiare con la Francia ha fatto la differenza quando è arrivato il momento di scegliere.

modello calcio francese

Dembélé e Doué sono prodotti dell’accademia del Rennes, Barcola di quella del Lione. In questa Coppa del Mondo i calciatori nati e formati in Francia sono quasi cento, distribuiti in molte nazionali diverse. La produzione supera il fabbisogno interno.

L’ultimo anello è la Ligue 1, che funziona da piattaforma di lancio. I giovani francesi debuttano presto, giocano con continuità, sbagliano e restano in campo. È una differenza culturale prima che tecnica: un diciottenne francese può fallire una partita e giocare la successiva, mentre altrove deve essere perfetto per meritarsi una seconda occasione.

La lezione per chi lavora nello sport

I numeri raccontano il ritorno dell’investimento. Dal 1998 la Francia ha raggiunto quattro finali mondiali, vincendone due e perdendo le altre ai rigori. Nei cento anni precedenti aveva raccolto quasi nulla. E dietro i risultati c’è un altro fattore che chi si occupa di sport business conosce bene: la continuità di governance. Didier Deschamps siede sulla panchina dei Bleus dal 2012 e lascerà solo alla fine di questo Mondiale, dopo quattordici anni in cui ha potuto costruire, aspettare, correggere. Un orizzonte temporale impensabile in campionati dove ogni crisi si risolve cambiando allenatore.

È questa, alla fine, la vera lezione francese. Il fallimento del 1969 generò l’INF, la mancata qualificazione al Mondiale del 1994 spinse a rafforzare il sistema, il disastro di gruppo del 2010 in Sudafrica portò a un reset culturale dello spogliatoio. Ogni crisi è stata trattata come il sintomo di un problema strutturale, mai come un episodio da archiviare con un capro espiatorio. La Spagna, come abbiamo già raccontato in questa rubrica, ha seguito una strada diversa, fondata sulla stessa premessa: nel calcio moderno vince chi programma.

Per chi ambisce a lavorare nelle organizzazioni sportive, la Francia è un caso di studio perfetto. Dimostra che il talento non è la materia prima del successo, ma il suo prodotto finale. La materia prima sono le strutture, la formazione dei tecnici, la rete di scouting, la pazienza dei dirigenti. Tutto ciò che non si vede quando Mbappé segna e senza cui Mbappé probabilmente non segnerebbe.

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